De André resta De André ma il letame resta letame
•Novembre 3, 2009 • Lascia un Commento
“Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”, verso sublime che chiude la nostalgica Via del campo, nonchè orgoglio della poetica cantautoriale italiana. Rovesciare questo assioma ideologico, e pensare senza esitazione che il letame resti letame, potrebbe apparire una blasfemia. De André aristocratico della penna ha riposto poesia nei livelli più bassi dell’esistenza, in una storia di marci vicoli e amore transessuale. Ed è cosi che Via del campo diviene una luce eterea che riscalda e attutisce lo squallore di una bassissima, aspra e difficile vita da strada. Però, mettendo da parte pulsioni sentimentalistiche, si fa fatica a trovare un fondamento realistico in quel motto generoso e gentile che fa del letame un fiore. Più cinicamente, guardando ai fatti di cronaca, alle storie di prostituzione e al faticoso vivere di stenti, ci si accorge con dispiacere che non sarà certo una canzone a riscattare i senzadio, i poveri diavoli, quelli che per diritto naturale nascono antiborghesi. Fondamentalmente anche De Andrè è un antiborghese ma per scelta, e questo gli è costato una deformazione di sè, della sua persona.
Un giorno, stanco di sentirsi il simbolo di qualcosa da cui non credeva di essere rappresentato, scappò via da uno di quei ghetti per ricchi della costa settentrionale della Sardegna, dove lo avevano invitato. Lui avrebbe voluto discutere di fatti di cronaca, mentre gli altri gli mettevano la chitarra in mano per farlo suonare; ne fu così infastidito che pensò “è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incorniciare una chitarra”, insultò tutti e tornò a casa.
Scappando via dal ghetto per ricchi si era ribellato all’etichetta di cantautore da intrattenimento, magico e profondo, ma pur sempre con una chitarra da far suonare. Questa vicenda personale, canzoni a parte, è un paradigma di autenticità, un episodio in cui De Andrè litiga con la musica per poi tornarci a fare l’amore (tenendo conto dei confini entro cui agisce una canzone). E’ un atteggiamento onesto e, una volta messo da parte il dolce conforto della musica, anche le storie dei vecchi vicoli tornano a trasudare di cinico realismo.
Oltre una canzone, quale gesto umano è davvero determinate? Si può continuare a cantare davanti ai caminetti dei salotti Via del campo, a mo’ di ostentato automonito, in compagnia del suono pregiato di una chitarra acustica. Oppure indignarsi e rifiutare che De Andrè resti De Andrè, dall’alto della sua poesia, e che il letame resti letame.
NOTTETEMPO LE STRADINE UMIDE CONDUCONO AL MIO LETTO..HO RITROVATO I SOGNI D’AUTUNNO NELLE TASCHE VIOLA DEL CAPPOTTINO..
•Ottobre 18, 2009 • Lascia un Commento
Paul Klee
Notte in città
POST POST-TRADIZIONALE/ SIGNIFICATO DELLA PAROLA AMORE
•Ottobre 10, 2009 • 2 Commenti
..da italianista devo segnalare lo scompenso linguistico di questo lessema, una parola che ha la stessa radice di “ameno” e di “amico” farebbe pensare di più a qualcosa di morbido, di affettuoso, al contrario dell’inglesissimo”love”, o del tedesco “Liebe” ed ancora dello slavo “liubov” che più opportunamente afferrano la radice della latina “libido”;
più che uno scompenso, ad affliggere l’amore è il carattere ambiguo del suo significato correlato, comune;
indagare sui significati principi mi ha sempre appassionato…è avvincente cerebralmente…quando tutti i significati sono aggrovigliati nelle radici delle parole…e poi si offrono per essere sgrovigliati, srotolati, svolti..
non bisogna spingersi tanto lontano.. nei pozzi buii delle parole in disuso…non c’è niente di più intricato della parola amore ..perché segnalarlo in rosso…? perché questo colore può dare- a mio avviso- un suggerimento nell’attingere al significato più carico e completo del termine…
se pensiamo alla scienza dei colori di Kandinskij apprendiamo che il rosso ha in sè un’energia centripeta intriseca.. ciò vuol dire che è in movimento verso il suo interno, c’è qualcosa in questo colore che si muove, che si presenta dinamico alla nostra percezione ottica.. non è come il blu, che, invece, compie un allontanamento ottico rispetto allo sguardo..non è un caso che il blu sia il colore dello spirituale in Kandinskij..
il rosso presenta un dinamismo interno che si nutre di se stesso..
potremmo cominciare a chiederci cos’abbia di spirituale l’amore… non si sa quale sia la dose di spirito nella parola amore…stando alla sua carenza semantica molte cose potrebbero fraintendersi…:
si generalizza pensando che l’amore sia connesso a quella cosa che gli è stata attribuita come complementare che è il bene… convenzione alquanto affrettata… senza dubbio comoda… è la stessa dose di bene che sta pure dentro quelle rassicuranti scatole di morale formato confezione famiglia… quella morale da supermarket per intenderci… mi riferisco a tutti quei concetti di facile cucitura, a quelle taglie uniche che ci ritroviamo ad indossare spesso e volentieri..mediocre esigenza di rassicurazione..
uscendo fuori dai supermercati e guardando immagini di natura..fatti di natura..ci rendiamo conto che l’amore c’entra poco con il bene..
AMORE VS AMORE: tuttavia il termine è prestante semanticamente se parliamo di amore verso cose o persone come: gatto/ figlio/ fratello/ barca a vela, in correlazione a questi oggetti la rossa parola diventerà meno rossa e calzerà il fluido abito della morale da supermarket, rassicurante, lucida e impacchettata o ne più e ne meno coinciderà con la benevolenza…caratteristica umana al podio dei principi dabbene.
escludendo questi casi pacifici, passando ad un’analisi naturale, chimica… ecco che l’amore, osservato da questa prospettiva, sembra essere totalmete svincolato dal bene.. sembra quasi orientarsi verso il suo opposto… eppure non sono poi così eccezionali fastidiose espressioni inflessibili del tipo..:- non vuoi il mio bene, non mi ami…; colpa della morale preconfezionata o di chi si affida troppo letteralmente al significato più usuale delle parole…
amore non è una parola di cui ci si può fidare… è una parola carente…manca di qualcosa…manca della sua onestà etimologica….smascherata via via con l’esperienza autentica dell’amore che trascende ipotetiche sfumature di significato…
un’esperienza di autoanniettamento, distruzione o devastazione, eccesso, follia, consumo, lotta.. lo so, sono cose sensazionali..
parola rossa per eccellenza perchè ha in sè un processo di combustione.. l’amore è l’evento che si nutre di se stesso… che nutre il suo appagamento facogitando senza ragione l’altro, bramando l’isolamento, la gabbia.. è un senso così forte di possessione che non deve spaventare se possono sussistere pensieri di cannibalismo, ossessione, incorporamento, fine della vita nell’amplesso..(jajaja…risata smorzatrice)..
se ci fosse il bene non ci sarebbe l’amore.. quando subentra il bene l’amore è terminato, una sorta di out out epicureo.. un radicale rapporto vita morte.. senza mediazioni o passaggi intermedi… e se la vita e la morte possono stabilirsi lungo un continuum, l’amore e l’assenza dell’amore no… prevedono passaggi alquanto repentini..
stando ai suggerimenti della scienza colorata di Kandinskij assistiamo ad un rosso che si nutre di se stesso, del suo amore combustivo e corrosivo.. allo stesso modo con cui si nutre, eccolo che, quando è sazio o afflitto da una gastrite panica, sceglie di denutrirsi, con lo stesso identico egoismo..
Non è facile sfatare la più comune accezione di una parola così usuale… le convenzioni linguistiche creano categorie morali, determinano i comportamenti, indicano le deviazioni dalla regola, ricattano, provocano sensi di colpa… è un problema d’inflessibilità…




